Nato a Pachino (Siracusa) il 24 luglio 1907, a soli tredici anni Vitaliano Brancati si trasferì a Catania con la famiglia. Catania fu una tappa fondamentale per la formazione culturale e umana dello scrittore. Nel 1922 aderì al Partito Nazionale Fascista e nel 1929 si laureò in Lettere, con una tesi su Federico De Roberto.
Subito dopo si trasferì a Roma, dove iniziò a scrivere, come giornalista, per «Il Tevere» e, successivamente, dal ’33 in poi, per il settimanale letterario «Quadrivio».
Risalgono al quel periodo alcune opere di chiara ispirazione fascista e successivamente ripudiate: Fedor, poema drammatico del 1928, Everest, del 1931 e il dramma Piave, del 1932. Ma già dal ’30 lo scrittore cominciava ad accostarsi a una forma di scrittura a lui più congeniale: il romanzo.
L’amico del vincitore rappresentò il primo tentativo di scrittura satirica e trasse ispirazione dalla piccola borghesia siciliana; ispirazione e tema che costituirono il leitmotiv della sua maggiore produzione. Lasciò Roma, rientrò in Sicilia e, nel ’34, scrisse Singolare avventura di viaggio, che venne sequestrato dalla censura fascista per immoralità. Nel 1936 iniziò la sua collaborazione a «Omnibus», settimanale diretto da Leo Longanesi. Collaborazione interrotta nel ’39 a causa della soppressione della rivista da parte del regime fascista.
Si dedicò all’insegnamento fino al ’41, anno in cui tornò a Roma e pubblicò Gli anni perduti, da lui stesso considerato il suo primo vero romanzo, già qui è chiaro l’allontanamento dall’ideologia fascista e l’amarezza verso la realtà storico-politica del suo tempo. Nel ’42 pubblicò Don Giovanni in Sicilia, romanzo di satira al gallismo siciliano (vanità sessuale del maschio del sud che cerca, attraverso la fantasia, un’evasione dal chiuso mondo bigotto della provincia). Fu in quell’anno che, al teatro dell’Università, conobbe l’attrice Anna Proclemer, se ne innamorò e 5 anni più tardi la sposò. Presso la rivista «Aretusa» pubblicò, nel ’44, il racconto Il vecchio con gli stivali affrontando per la prima volta il tema dell’uomo distrutto e sopraffatto dalla macchina inesorabile del proprio tempo. Nel ’46 Brancati si stabilì definitivamente a Roma e, nel ’49, pubblicò Il bell’Antonio, a puntate, sul settimanale «Il mondo». È una satira di costume che, attraverso l’impotenza del protagonista, fa intravedere, la crisi e il fallimento del regime. Il romanzo riscontrò il favore della critica e dei lettori e, nel ’50, vinse il Premio Bagutta.
Dalla Sicilia Brancati riesce a trarre non solo la forza della concretezza artistica, ma anche a rompere con gli schemi letterali e culturali di Verga e Pirandello.
Separatosi dalla moglie nel 1953, morì a Torino il 25 settembre dell’anno successivo.

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